Riflessioni...

Una programmazione da (ri)pensare

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In un contesto connotato da una copertura informativa con forti toni emotivi, nonché da una buona dose di ‘disinformazione’ è bene affidarsi ad elementi certi.
In primo luogo dobbiamo avere consapevolezza che l’attacco russo di questi giorni scombina l’equilibrio europeo fermo da molti anni sbiadendo i contorni di un quadro di regole e certezze che reputavamo ormai consolidate. A fronte di ciò appare quanto mai necessaria una chiave di compattezza e integrazione al fine di trovare una soluzione concreta in grado di fermare morti e distruzione e di garantire la sovranità del popolo ucraino. In secondo luogo va preso atto che in questo momento, gli spazi negoziali consentiti alla Ue appaiono decisamente limitati. Infine dobbiamo riflettere sul fatto che agli squilibri geo-politici, corrispondono inevitabili squilibri di natura sociale ed economica.

Gli effetti in Europa già si colgono: da un lato le sanzioni inflitte alla Russia che penalizzano l’export, dall’altro la delicata questione degli approvvigionamenti di materie prime, energetiche ed agricole, con queste ultime che potrebbero evidenziare sconvolgimenti più pesanti e duraturi rispetto alle altre. Queste dinamiche incidono indiscutibilmente anche sugli scenari verso cui l’Europa sembrava proiettata. La ‘transizione ecologica’ fortemente sostenuta negli ultimi mesi sembra vacillare davanti all’ipotesi di riapertura delle centrali a carbone, mentre gli sforzi cui è chiamato il settore agricolo nell’ottica del Green Deal andrebbero ripensati alla luce della forte vulnerabilità degli approvvigionamenti agricoli europei e nazionali.

Il blocco dei flussi commerciali di un solo paese come l’Ucraina ha sollevato in poche ore serie preoccupazioni, confermando la strategicità del settore agricolo europeo e nazionale, avviato verso periodo un di forte incertezza e instabilità. Basti pensare che il blocco commerciale dell’intera area Ucraina e Russa può riguardare per il grano circa un terzo delle esportazioni mondiali e per il mais circa un quarto. Ancora, va considerato che la Russia, insieme con la Cina, è un global player nella produzione dei fertilizzanti. Anche in questo caso stiamo assistendo ad una forte lievitazione dei prezzi con ricadute sui prodotti finali. Tra i costi della produzione i fertilizzanti possono incidere per il 30% sui costi complessivi e un peso pressoché equivalente può essere ricondotto agli antiparassitari.

Alla crescita dei suddetti costi vanno poi ad aggiungersi quelli dell’energia (gas e petrolio) le cui marcate dinamiche vanno a colpire, oltre che la produzione e la trasformazione dei prodotti alimentari, anche l’esportazione. Lo sblocco post Covid del commercio prima e il maggior costo in energia del passaggio nave hanno infatti quasi decuplicato i prezzi di viaggio per le merci (un container standard dalla Cina nel 2019 poteva costare meno di 1.500 Euro, oggi può superare i 12.000 Euro). A tutto ciò si sommano le alterazioni dei mutamenti climatici: nel nostro Paese la scarsa piovosità che stiamo registrando lascia presupporre una prossima stagione di forte siccità.

Questa crisi politico-militare, al pari della pandemica, ci pone quindi davanti alla necessità di adottare policy di lungo periodo. Le sfide che avremo davanti saranno sempre più complesse e frequenti. È il tempo della ‘resilienza’, purché la si consideri una resilienza attiva, ovvero dotata di capacità di programmazione. È anche il momento della concretezza, per cui dobbiamo avere il coraggio di ripensare le programmazioni già fatte. Basti pensare agli sforzi aggiuntivi richiesti dalla Politica agricola comune (PAC) ai ‘soli’ – e sottolineiamo ‘soli’ – agricoltori europei, senza adeguati meccanismi di tutela.

Buon senso vorrebbe che la UE puntasse sull’autosufficienza alimentare comunitaria difendendola dalla concorrenza sleale e dannosa (anche per i consumatori) che sovente proviene da Paesi Terzi. Il meccanismo è semplice e si fonda sul principio di ‘reciprocità’ negli scambi commerciali. Stesse regole per tutti!

E la strategicità non sta solo nell’agroalimentare e nel fabbisogno energetico. Posto che quella attuale è una guerra europea e considerata l’impossibilità di intervenire come NATO, visto che il Paese vittima è fuori dal Patto, necessariamente i singoli Paesi sono costretti a rifornire di armi la difesa ucraina. Ciò non necessariamente favorisce la creazione di una difesa comune e al tempo stesso sottrae risorse precedentemente destinate al welfare (a partire dalla sanità), alla formazione e alle ricadute negative della transizione ecologica sull’occupazione.
E’ tempo quindi che i governanti ridefiniscano il racconto ‘pubblico’, adeguandolo alla nuova situazione che si va creando. Serve una nuova chiave di progettazione, nella consapevolezza che la “storia futura” non ci aspetterà a lungo.

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